Fratture, calcio e la dieta moderna.D Mark Hegsted | |
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Traduzione a cura di Luciana Baroni
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Sebbene da lungo tempo venga raccomandata un'elevata assunzione di calcio per prevenire l'osteoporosi, esistono scarse evidenze che elevate assunzione di calcio siano realmente efficaci nella prevenzione delle fratture. Le fratture osteoporotiche sono, come la malattia coronarica, soprattutto una malattia delle società occidentali. Recenti evidenze sugli effetti favorevoli nella prevenzione delle fratture da parte delle statine, farmaci che bloccano il pathway dell'acido mevalonico, che diminuiscono le concentrazioni di colesterolo sierico e che riducono il rischio di malattia cardiovascolare, insieme alla crescente mole di dati che dimostrano come le diete che prevedono un elevato consumo di frutta e verdura esercitano effetti benefici sulla prevenzione delle fratture, suggeriscono l'esistenza di fattori eziologici nella dieta comuni a queste due malattie. Ulteriori ricerche in questo campo dovrebbero pertanto rispondere a questa domanda formulata molto tempo fa: Perché le popolazioni che consumano diete con ridotti contenuti di calcio si fratturano meno rispetto alle società occidentali, che consumano diete ricche in calcio?
Le fratture di femore prossimale sono un problema sanitario importante per gli anziani e colpiscono 1.5 milioni di americani ogni anno; questo numero è destinato probabilmente ad aumentare con l'invecchiamento della popolazione (1). Le misure di prevenzione si sono concentrate sull'aumento degli introiti di calcio, e le quantità giornaliere raccomandate (2,3) sono oggi talmente elevate che è difficile, se non impossibile, organizzare una dieta in grado di soddisfare agevolmente queste raccomandazioni, che sono state formulate principalmente sulla base di studi sull'omeostasi del calcio e sugli effetti dell'integrazione di calcio sul contenuto minerale osseo.
Il fabbisogno di calcio per gli adulti è stato definito come la quantità di calcio richiesto per mantenere l'equilibrio tra assorbimento ed escrezione di questo minerale, il che equivale ad un bilancio di calcio pari allo 0. Con questi introiti, l'organismo non perde né accumula calcio. Comunque, a meno che l'assunzione di qualsiasi nutriente non sia al di sotto di un livello critico, o a livelli così elevati da risultare tossici, l'organismo necessariamente si adatta ai livelli abituali di assunzione. Il tempo richiesto per adattarsi a nuovi livelli di assunzione varia molto a seconda del nutriente, e può servire un tempo considerevole - settimane o mesi - perché l'organismo si adatti a nuovi livelli di assunzione di calcio, come mostrato da Malm (4) diversi anni fa. Questi studi a lungo termine sono estremamente rari ma, a meno che non venga studiato il bilancio del calcio per un periodo abbastanza lungo da permettere all'organismo di adattarsi completamente, la quantità di calcio richiesta per mantenere l'equilibrio in qualunque individuo è semplicemente pari alla quantità solitamente consumata con la dieta. L'assunzione di calcio della maggior parte della popolazioni del mondo è bassa rispetto agli standard americani; nonostante ciò, queste popolazioni crescono e vivono bene senza manifestare sintomi da carenza, oltre ad avere, come prevedibile, un bilancio di calcio ottimale nonostante abituali bassi introiti di calcio (5,6).
Al contrario, il consumo di calcio della maggioranza degli americani è relativamente elevato, e nonostante ciò, essi richiedono ancora più per mantenere l'equilibrio. Così, paradossalmente, incoraggiando le persone a consumare più, otteniamo come risultato che le loro richieste di calcio - definite dal bilancio del calcio - aumentano, senza limiti. Diversi studi di popolazione condotti negli Stati Uniti (7-10) e altrove (11-13) che hanno analizzato la relazione tra assunzioni stimate di calcio con la dieta e l'incidenza di fratture, non sono riusciti a dimostrare che elevate assunzioni di calcio risultino protettive nei confronti delle fratture. Certo, questi dati sono gravati dal ben noto problema dell'accuratezza di tutte le misurazioni degli introiti alimentari. Sappiamo da numerosi studi che confrontano le assunzioni riportate con l'effettivo consumo energetico, che molte persone sottostimano le proprie assunzioni dietetiche (14-17). Non è chiaro, comunque, se l'assunzione da tutte le fonti alimentari venga sottostimato in maniera uniforme. Ne deriva che quindi non sia certo che il confronto dei dati dopo aggiustamento sul consumo energetico sia in grado di aumentarne l'utilità. Si può supporre, comunque, che qualunque assunzione auto-riportata sia in grado di distinguere tra bevitori di latte abituali ed occasionali.
L'utilità di questi dati viene compromessa anche a causa della variabilità con cui gli individui sono suscettibili a sviluppare le differenti malattie. Tutte le malattie, inclusa l'osteoporosi (18,19), hanno una componente genetica che può rendere difficoltoso il riconoscimento di altri importanti fattori eziologici ambientali. Quando solo una piccola parte della popolazione è suscettibile, il confronto tra componenti della dieta e incidenza di malattia nella popolazione totale potrebbe essere fuorviante. Gli introiti alimentari degli individui non suscettibili sono infatti non rilevanti al fine di poter rispondere alla domanda se elevati introiti di calcio siano protettivi per coloro che sono affetti o sono a rischio di sviluppare l'osteoporosi. Però, questo tipo di studi sulla dieta possono inficiare l'utilità della valutazione degli introiti di calcio per la minoranza dei soggetti che sono suscettibili a sviluppare la malattia. Ciononostante, le raccomandazioni emanate da molto tempo, di aumentare l'assunzione di calcio con la dieta, sembrano avere ottenuto effetti scarsi o nulli sulla prevalenza dell'osteoporosi e delle fratture negli Stati Uniti.
Gli studi sugli effetti dell'integrazione di calcio sul contenuto minerale osseo sembrano più. Molti degli studi, ma non tutti, hanno mostrato che l'integrazione di calcio provoca un modesto aumento del contenuto minerale osseo, riscontro che potrebbe esercitare effetti protettivi (20). La domanda naturale è se questo genere di cambiamento appaia modificare in misura significativa il tasso di fratture; e questo punto è ancora lungi dall'essere stato chiarito. Molti di questi studi sono inutilizzabili, perché contemporaneamente al calcio è stata somministrata la vitamina D, ed è stato riportato che l'integrazione della sola vitamina D avrebbe un effetto di inibizione della perdita di massa ossea nelle popolazioni che vivono nei paesi nordici, come Boston (21). I risultati di uno studio condotto in Inghilterra, comunque, non supportano queste conclusioni e suggeriscono che piccoli cambiamenti nel contenuto minerale dell'osso possano esercitare solo effetti minimi sulle fratture (22).
Nel corso di molti anni, diversi autori hanno espresso i loro dubbi sull'utilità di elevate assunzioni di calcio per il trattamento e la prevenzione dell'osteoporosi e delle fratture (23-25). Kanis (26) ha recentemente rivisto i dati disponibili e ha concluso, tra le altre cose, che "Non ci sono studi adeguatamente controllati che mostrino se un aumento delle assunzioni di calcio abbia effetti sulla robustezza dell'osso o sul rischio conseguente di fratture prima o dopo che la crescita longitudinale dell'osso si sia arrestata." Kanis ha anche concluso che "E' scarsamente giustificata la pratica globalmente adottata di cercare di ridurre il tasso di fratture stressado il ruolo del calcio per la popolazione in post-menopausa, o per gli uomini in età anziana." L'autore è convinto infatti che l'integrazione di calcio sia in grado di "ridurre la perdita ossea...negli studi a breve termine" ma che ci sia "incertezza riguardo gli effetti a lungo termine sul contenuto minerale dell'osso e quindi sulla frequenza di frattura."
Dati provenienti da tutto il mondo sollevano seri interrogativi sulla relazione tra assunzione di calcio e fratture. La gran parte della popolazione mondiale consuma diete a basso contenuto di calcio e, sebbene la disponibilità di dati quantitativi sul tasso di frattura in queste popolazioni sia limitata, appare evidente come queste popolazioni non presentino un tasso elevato di frattura come si ci aspetterebbe se il loro fabbisogno di calcio fossero molto al di sopra dei livelli medi di assunzione (27-31). Dati affidabili sull'associazione tra tassi di frattura e introiti di calcio sono disponibili da studi condotti in Giappone, che mostrano chiaramente come le donne giapponesi hanno allo stesso tempo una ridotta densità minerale dell'osso e molte meno fratture delle donne americane (32,33). Sembra ovvio che per quanto possa essere importante l'assunzione di calcio e il contenuto minerale osseo, devono essere coinvolti altri importanti fattori nel determinare la suscettibilità alla fratture.
Studi recenti hanno mostrano come l'uso degli inibitori della β-idrossi-β-metilglutaril coenzima-A redattasi (cioè le statine), che sono largamente usate per abbassare i livelli di colesterolo sierico, promuove la formazione dell'osso ed è associato con una marcata riduzione delle fratture (34-37).
Il fatto che lo stesso farmaco possa essere utile nel controllare le fratture e la malattia coronarica richiama alla mente il fatto che i tassi di fratture osteoporotiche nel mondo sono approssimativamente correlati con l'incidenza di malattia coronarica (28). Le nazioni nelle quali è adottata una dieta occidentale - principalmente Stati Uniti, Canada e Nord Europa - hanno elevati tassi di incidenza di malattia coronarica e di fratture, suggerendo che queste due malattie possano condividere alcuni stessi fattori eziologici presenti nella dieta. In più i dati epidemiologici internazionali sulla malattia coronarica hanno stimolano lo studio della relazione tra dieta e malattia coronarica. Questi dati hanno avuto però scarse ripercussioni nell'ambito della ricerca sull'osteoporosi.
Sebbene i grassi saturi e il colesterolo appaiano i fattori alimentari che più influenzano la comparsa e il decorso dell'arteriosclerosi, stabilirne il coinvolgimento nell'eziologia dell'osteoporosi è problematico, perché un blocco del pathway dell'acido mevalonico può avere molte conseguenze. (38). Può essere anche rilevante notare che i bisfosfonati, che sono farmaci attualmente usati per trattare la perdita ossea nell'osteoporosi, esercitano un effetto di modulazione anche sugli intermediari metabolici della sintesi del colesterolo (38).
Le diete occidentali hanno inoltre un elevato contenuto di proteine, specialmente proteine di origine animale. I dati epidemiologici internazionali mostrano un'associazione tra consumo di proteine e fratture osteoporotiche (28, 40-42). L'escrezione di scorie acide con le urine, causata da tali diete, promuove la perdita di calcio con le urine. Esistono ora dati consistenti che indicano come elevati consumi di frutta e verdura siano protettivi nei confronti delle fratture (42-44). Sebastian et al (45) hanno riportato che la sola integrazione con potassio migliora l'equilibrio minerale dell'osso, ne aumenta la formazione e potrebbe spiegare gli effetti delle diete ricche di frutta e verdura (e quindi di potassio, NdT).
L'accumularsi di dati che indicano come simili abitudini alimentari siano protettive sia nei confronti della malattia coronarica che delle fratture, insieme all'effetto benefico delle statine, dovrebbe stimolare la ricerca a cercare finalmente di risolvere l'antico enigma: Perché le popolazioni che consumano diete con ridotti contenuti di calcio si fratturano meno rispetto a quelle che consumano diete ricche in calcio?
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